Mario Giacomelli e la poesia dello sguardo

 

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E’ da poco aperta a Roma a Palazzo Braschi una bella mostra su Mario Giacomelli. Rimane visitabile fino al 29 maggio e la raccomando vivamente a chiunque abbia a che fare con la fotografia.

Quella di Mario Giacomelli è stata una voce fuori dal coro, che non è possibile incasellare in nessun movimento nè con nessuna etichetta. Quello che però si può dire con sicurezza è che è stato uno dei pochissimi veri fotografi artisti.

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Giacomelli, nato a Senigallia in provincia di Ancona nel 1925 e morto nel 2000, ha lavorato per serie, dedicando cioè a ogni sua idea tempo, lavoro e ricerca. Serie dopo serie le sue immagini sono infallibilmente intense e toccanti.  Alcune di esse sono celeberrime, come quella sul paesino abruzzese Scanno,

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o quella sui giovani seminaristi che giocano a calcio ( il cui titolo evocativo è preso da una poesia di David Turoldo, Io non ho mani che mi accarezzino il viso)

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o ancora quella sui paesaggi marchigiani ripresi ” a volo d’uccello”, cioè da un aeroplano;

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altre sono un pò meno conosciute, come quelle sugli zingari e sugli ospizi mentali (quest’ultima con un altro titolo poetico e fulminante, Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi, da Cesare Pavese). Altre fotografie ancora non erano mai state esposte prima d’ora. Lui le chiamava sbrigativamente “appunti”: ma sono belle e pensate quanto le altre.

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Prima di arrivare alla fotografia quasi trentenne Mario Giacomelli aveva fatto il tipografo, cominciando a lavorare giovanissimo, quasi ancora bambino. Al tempo stesso dipingeva e scriveva poesie. Quando nei primi anni Cinquanta scopre quello che può fare con una macchina fotografica ha la fortuna di poter lavorare con Giuseppe Cavalli, altro grande fotografo, che proprio a Senigallia aveva fondato il gruppo fotografico Misa.

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Lì Giacomelli affina le sue idee sulla composizione delle immagini e sulla stampa. E sviluppa il suo caratteristico fortissimo contrasto di bianchi e neri, che diventa la cifra poetica con la quale trasforma immagini che altrimenti  sarebbero documentaristiche in meditazioni sulla vita, sulla morte, sul tempo che passa, sulla malattia, sul senso del nostro passaggio su questa terra.

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Come dice lui stesso in una frase che si legge all’ingresso della mostra: “ Nelle mie foto vorrei che ci fosse una tensione tra luce e neri ripetuta fino a significare. Prima di ogni scatto c’è uno scambio silenzioso fra oggetto e anima, c’è un accordo perchè la realtà non esca come da una fotocopiatrice ma venga bloccata in un tempo senza tempo per sviluppare all’infinito la poesia dello sguardo che è per me forma e segno dell’inconscio“.

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L’allestimento nelle belle sale di Palazzo Braschi è sobrio ed elegante. Accompagnano le varie serie fotografiche alcune poesie, di Giorgio Caproni, di Emily Dickinson e altri: un tocco gentile, appropriato ed elegante: non c’è che la poesia che possa raccontare lo sguardo di Mario Giacomelli.

 

Margherita Abbozzo.

Tutte le fotografie sono mie, http://www.margheritaabbozzo.com
Mario Giacomelli – La figura nera aspetta il bianco
a cura di Alessandra Mauro
Catalogo Contrasto
MUSEO DI ROMA – PALAZZO BRASCHI
Piazza Navona 2 / Piazza San Pantaleo 10
06 0608 / 06 82077304
museodiroma@comune.roma.it
www.museodiroma.it
www.museiincomuneroma.it

 

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Una risposta a Mario Giacomelli e la poesia dello sguardo

  1. Donatella Mei Gentilucci ha detto:

    cara marherita, lo sapevi che sono di origine marchigiana? e proprio tra senigallia e recanati ho trascorso tutte le mie estati fino al 1963(quando mi sono allontanata dall’adriatico). bella questa tua recensione su questo poetico fotografo che nelle foto aeree mi ricorda un altro marchigiano, licini. ciao donatella

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