La Biennale di Venezia 2015

Questa è l’estate della 56esima Biennale di Venezia.

Che è la prima Biennale d’arte del mondo, sia per anzianità – ha 120 anni – che per importanza.

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Ogni edizione ha un curatore diverso e quest’anno l’onore e onere tocca a Okwui Enwezor, curatore, critico e scrittore nigeriano, classe 1963, che ha al suo attivo la curatela di quasi tutte le mostre d’arte contemporanea più importanti, numerosissime pubblicazioni, svariati incarichi professoriali in importanti università americane…e la copertina di Uomo Vogue. Vabbè.

Enwezor-Vogue

 

Il titolo che Enwezor ha scelto per la sua Biennale è All the World Futures, o Tutti i futuri del mondo: una frase  che contiene un gioco di parole tra futures intesi come futuri prossimi venturi e i futures strumenti finanziari . E non a caso, visto che l’idea centrale della Biennale di Enwezor è utilizzare il Das Kapital di Karl Marx come metro ideologico per l’interpretazione del presente e di tutti i futures del mondo.

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La sua è una visione molto politica e molto critica, volta “a una nuova valutazione della relazione tra l’arte e gli artisti nell’ attuale stato delle cose”; cioè è un progetto che cerca “di afferrare appieno l’inquietudine del nostro tempo, renderla comprensibile, esaminarla per articolare i cambiamenti radicali verificatisi nel corso degli ultimi due secoli nella società e nella cultura”.

E che cambiamenti! Si va “dalla modernità industriale a quella post-industriale, dalla modernità tecnologica a quella digitale, dalla migrazione di massa alla mobilità di massa, i disastri ambientali e le guerre genocide, dalla modernità alla post-modernità”.

Al cuore di tutto, si sa, sta il capitalismo. Con le sue letture eurocentriche dell’arte e della cultura, e la sua avversione all’uso di filtri politici per dar senso a questi cambiamenti. Da qui la scelta di usare il Das Kapital come metro ideologico, chiaramente polemica.

E così questa è una Biennale in bianco e nero. Letteralmente.

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Sin da subito: dal logo, come si vede, e dall’ingresso del Padiglione internazionale, cioè il cuore della mostra ai Giardini. Il primo lavoro che accoglie i visitatori  sono delle tremende, mortifere, tetre bandiere nere, appese tra le colonne bianche del bianco edificio. Opera di Oscar Murillo. Non c’è bisogno di elaborare a cosa facciano immediatamente pensare, di questi tempi.  Questo tono  “dà il la” a tutto il resto.

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A ribadire il concetto, un altro lavoro: tre parole scritte con tubi neon, cioè Blues Blood Bruise ( Tristezza, Sangue, Lividi), opera di Glenn Ligon coprono la scritta La Biennale che sovrasta l’ingresso del padiglione. Alè.

Stesso benvenuto all’Arsenale – dove si svolge la seconda parte della Biennale: un muro nero accoglie all’arrivo.

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Ma all’Arsenale c’è più grinta: e sin dal primo lavoro, costellazioni di coltellacci piantati per terra; sono le Ninfee di Adel Abdessemed. E alle pareti, istallazioni neon di Bruce Nauman dall’appropriato titolo American Violence. E’ chiaro il concetto?

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Uno stesso tono cupo e umor nero domina tutta la Biennale di Enwezor. Al padiglione internazionale ai Giardini si comincia dalla grande sala dedicata a Fabio Mauri in cui campeggia un muro del pianto composto da valigie, circondato dalla parola FINE / THE END,

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e lo si ritrova nello spazio-teatrino dove attori leggono senza posa tutto il Das Kapital, e in quasi tutti gli altri lavori, tra i quali spiccano le immagini di Adrian Piper, fotografie abrase e con la scritta Everything will be taken away, cioè Tutto vi sarà tolto. 

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Adrian Piper è stata premiata con il Leone d’Oro.

All’Arsenale si va dai teschi di Marlene Dumas,

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ai grappoli di motoseghe ricoperte di bitume di Monica Bonvicini,

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dal cannone di Pino Pascali  al tremendo video di un uomo che tossisce e vomita senza posa di Christian Boltansky , dal video Ashes di Steve McQueen all’istallazione di Theaster Gates, Gone are the days of shelter and martyr…CameraPhoto Maggio2015 Venezia Biennale2015 287

Anche nei lavori più eleganti si respirano atmosfere plumbee: da quelli dello scultore-compositore Terry Adkins, 

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ai bei grandi quadri di Lorna Simpson, o la grande istallazione di Ibrahim MahabaCameraPhoto Maggio2015 Venezia Biennale2015 325

Altro che “inquietudini del nostro tempo”! Più che “tutti i futuri del mondo” qua si sentono le fini. Ben meritate, par di capire: la bancarotta di un intero sistema di valori l’ha creata l’uomo bianco con i suoi soprusi e la sua ingordigia. Va bene. Allora dove andiamo da qui?

(1, continua)

Tutte le fotografie sono di Margherita Abbozzo

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Una risposta a La Biennale di Venezia 2015

  1. art@cassandraconstant.com ha detto:

    Buenos días, queridisima Margherita

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