Ferruccio Malandrini e la fotografia

 

 

 

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Quando si dice “tutta la vita dedicata alla fotografia”:  è la storia di Ferruccio Malandrini. Classe 1930, di Colle Val d’Elsa, sin da giovanissimo fotografo e collezionista extraordinaire e oggi esperto a tutto tondo.

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Che ha davvero vissuto la fotografia in tutti i modi possibili: girando sempre con una macchina fotografica in mano e pronta all’uso, e andando continuamente a rovistare in mercati e mercatini, e frequentando con assiduità librerie e biblioteche. E così facendo sviluppando una cultura sterminata, un occhio infallibile e, insieme, una conoscenza del mercato che è stata di decenni in anticipo sui trend contemporanei.

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Con questi ingredienti e aiutato da belle dosi di fortuna ha saputo e potuto creare collezioni straordinarie, come non sarebbe più possibile fare oggi che la fotografia è stata scoperta dal mercato.

Una di queste collezioni, di  ben 55.000 fotografie!, è stata ceduta nel 1987 e nel 2007 agli Archivi Alinari insieme a un’altra, amplissima, collezione di libri e riviste –  composta, come racconta lui stesso, di “5.200 titoli, dove “1 titolo” è , per esempio, la collezione completa della rivista Ferrania, che è uscita per 20 anni”. Un’ altra collezione dedicata alla storia di Siena –  9.500 immagini – è andata nel 2005 al Monte dei Paschi di Siena.

Si tratta di collezioni sterminate, messe insieme con pazienza certosina, grande acume, e infinita passione da “cacciatore”.  I racconti dei suoi ritrovamenti, spesso di veri gioielli siano essi immagini o macchine fotografiche antiche, sembrano trame di film: come quella volta che trovò un album di Le Gray, il Salon de 1852,  “per terra” (Gustave Le Gray fu un fotografo francese importantissimo che con le sue celebri marine degli anni intorno al 1850 sviluppò una tecnica che permetteva di utilizzare negativi differenti per creare una nuova immagine “combinata”, cioè in pratica l’ antesignano di photoshop). Oppure quando acquistò in una libreria antiquaria un eccezionale album di Felice Beato, uno dei primissimi fotografi a lavorare in Asia e Oriente, album che era sì caro – tanto che il negoziante non credeva lui potesse permetterselo – ma niente rispetto al vero valore sul mercato internazionale. Oppure ancora quando, e si tratta solo dell’altro giorno, scova per due lire una rara e perfetta fotocamera stereoscopica in un mercatino rionale…

E le sue fotografie? Sono belle, e…misteriose. Perchè non escono dal suo archivio se non con il contagoccie.

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E ci deve essere un progetto speciale, o un luogo speciale a lui caro per convincerlo a farne vedere qualcuna, come è appena successo a Siena, dove la Nobil Contrada del Bruco ha organizzato la bella mostra Ferruccio Malandrini, Siena, il suo sguardo, fotografo e collezionista.

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Curata da Stefano Fantini  la mostra era composta da 80  immagini, molte delle quali scattate nella contrada prima, durante e dopo gli interventi di recupero edilizio che la interessarono a partire dagli anni Settanta del Novecento.

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Tutti i lavori sono immagini del genere “di strada”, che catturano persone, atmosfere e scorci con una sensibilità affine a quella di William Klein, di Henry Cartier Bresson, di Manuel Alvarez Bravo.  Tutti autori a lui coevi, come lui appassionati di cinema – Ferruccio Malandrini arriva alla fotografia attraverso la frequentazione dei primi cineclub –  e tutti capaci di guardare con occhio affettuoso e mai critico la vita della gente.

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Nella bella mostra senese si tratta di donne, uomini e bambini che si lasciano fotografare da lui con fiducia, accettando con naturalezza la sua presenza non intrusiva e rendendogli sorrisi semplici e fieri, come oggi non sembrano esistere più. Foto che raccontano con grande finezza e sensibilità di Siena e insieme dell’Italia di quei tempi. Insomma la storia di tutti noi.

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Le fotografie di Ferruccio Malandrini  nascono grazie a tanti elementi: occhio allenato da letture importanti, mano abituata a stampare dal lavoro in camera oscura,  gusto educato dai grandi maestri del cinema e della fotografia internazionale. Sono lavori interessanti e mettono curiosità di vederne altri. Quali altre sorprese conserva l’archivio di Ferruccio Malandrini? Speriamo che le autorità senesi, e non solo loro, riescano a farlo aprire ancora, presto.

 

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Il ritratto di Ferruccio Malandrini davanti al suo autoritratto del 1952, la foto dell’allestimento della mostra e quella del poster sono di Margherita Abbozzo.

Di Ferruccio Malandrini, dall’alto: Tabernacolo in via degli Orti, Siena, 1962; Autoritratto, Siena, 1952; Manifestazione in piazza Matteotti, Siena, 1969; via del Fosso di Sant’Ansano, Siena, 1960c; La festa del 1° Maggio a Geggiano in Chianti, 1962; via di Mezzo, Siena, 1962/63; La mattina della tratta, dentro l’entrone, Siena, 1970.

 

 

 

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Mario Giacomelli e la poesia dello sguardo

 

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E’ da poco aperta a Roma a Palazzo Braschi una bella mostra su Mario Giacomelli. Rimane visitabile fino al 29 maggio e la raccomando vivamente a chiunque abbia a che fare con la fotografia.

Quella di Mario Giacomelli è stata una voce fuori dal coro, che non è possibile incasellare in nessun movimento nè con nessuna etichetta. Quello che però si può dire con sicurezza è che è stato uno dei pochissimi veri fotografi artisti.

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Giacomelli, nato a Senigallia in provincia di Ancona nel 1925 e morto nel 2000, ha lavorato per serie, dedicando cioè a ogni sua idea tempo, lavoro e ricerca. Serie dopo serie le sue immagini sono infallibilmente intense e toccanti.  Alcune di esse sono celeberrime, come quella sul paesino abruzzese Scanno,

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o quella sui giovani seminaristi che giocano a calcio ( il cui titolo evocativo è preso da una poesia di David Turoldo, Io non ho mani che mi accarezzino il viso)

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o ancora quella sui paesaggi marchigiani ripresi ” a volo d’uccello”, cioè da un aeroplano;

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altre sono un pò meno conosciute, come quelle sugli zingari e sugli ospizi mentali (quest’ultima con un altro titolo poetico e fulminante, Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi, da Cesare Pavese). Altre fotografie ancora non erano mai state esposte prima d’ora. Lui le chiamava sbrigativamente “appunti”: ma sono belle e pensate quanto le altre.

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Prima di arrivare alla fotografia quasi trentenne Mario Giacomelli aveva fatto il tipografo, cominciando a lavorare giovanissimo, quasi ancora bambino. Al tempo stesso dipingeva e scriveva poesie. Quando nei primi anni Cinquanta scopre quello che può fare con una macchina fotografica ha la fortuna di poter lavorare con Giuseppe Cavalli, altro grande fotografo, che proprio a Senigallia aveva fondato il gruppo fotografico Misa.

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Lì Giacomelli affina le sue idee sulla composizione delle immagini e sulla stampa. E sviluppa il suo caratteristico fortissimo contrasto di bianchi e neri, che diventa la cifra poetica con la quale trasforma immagini che altrimenti  sarebbero documentaristiche in meditazioni sulla vita, sulla morte, sul tempo che passa, sulla malattia, sul senso del nostro passaggio su questa terra.

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Come dice lui stesso in una frase che si legge all’ingresso della mostra: “ Nelle mie foto vorrei che ci fosse una tensione tra luce e neri ripetuta fino a significare. Prima di ogni scatto c’è uno scambio silenzioso fra oggetto e anima, c’è un accordo perchè la realtà non esca come da una fotocopiatrice ma venga bloccata in un tempo senza tempo per sviluppare all’infinito la poesia dello sguardo che è per me forma e segno dell’inconscio“.

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L’allestimento nelle belle sale di Palazzo Braschi è sobrio ed elegante. Accompagnano le varie serie fotografiche alcune poesie, di Giorgio Caproni, di Emily Dickinson e altri: un tocco gentile, appropriato ed elegante: non c’è che la poesia che possa raccontare lo sguardo di Mario Giacomelli.

 

Margherita Abbozzo.

Tutte le fotografie sono mie, http://www.margheritaabbozzo.com
Mario Giacomelli – La figura nera aspetta il bianco
a cura di Alessandra Mauro
Catalogo Contrasto
MUSEO DI ROMA – PALAZZO BRASCHI
Piazza Navona 2 / Piazza San Pantaleo 10
06 0608 / 06 82077304
museodiroma@comune.roma.it
www.museodiroma.it
www.museiincomuneroma.it

 

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War is Over!

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Homs? Raqqa? No. Viareggio. Viareggio! 1944.

Questa è solo una delle immagini della bellissima mostra War is Over!, l’Italia della Liberazione nelle immagini dei U.S. Signal Corps e dell’Istituto Luce, 1943-1946 da poco aperta a Milano  alla galleria Forma Meravigli in via Meravigli, a due passi da piazza del Duomo.

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Dire che questa mostra è emozionante è dire poco. Le sue 140 fotografie raccontano la Liberazione vista dai reporter dell’Istituto Luce – l’organo ufficiale per la documentazione foto-cinematografica del governo e del regime fascista – e dai Signal Corps, i corpi militari americani addetti alla comunicazione.

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Sono sguardi che si incrociano e che raccontano quello che stava succedendo meglio di qualsiasi testo di storia. I libri dicono che la liberazione dell’Italia durò due anni, da quando gli americani sbarcarono in Sicilia nel luglio del 1943 alla resa dei nazifascisti nell’aprile del 1945. Ma cosa tutto questo significò veramente lo si capisce immediatamente guardando queste immagini, e i volti, i corpi, gli abiti, le scarpe, le ambientazioni che ci mostrano.

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Qui sopra: Mestre, dopo il bombardamento del 28 marzo 1943.

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Militi fascisti della I legione d’assalto “M” Tagliamento, agosto 1944. Inquadrata nella Guardia nazionale repubblicana, la legione fu impiegata nella repressione antipartigiana, che condusse brutalmente anche attraverso lo strumento della rappresaglia.

Dal 1943 al 1945 l’Italia visse due anni terribili di guerra civile vera e propria, con il paese e la sua gente divisi a metà. Il regno del Sud da una parte, la repubblica di Salò dall’altra, con combattimenti feroci tra forze alleate e partigiani da una parte e i nazifascisti dall’altra.

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Gli italiani scattano solo in bianco e nero e devono fare i conti con una censura attentissima a non fare emergere i costi umani della guerra (i militi non devono essere mostrati sorridenti, cioè non abbastanza “maschi”, ma nemmeno tristi o in difficoltà o in pericolo; le distruzioni provocate dai bombardamenti non si devono vedere e via così), mentre gli americani scattano sia in bianco e nero – quando documentano la situazione – sia a colori – quando le immagini hanno scopi di propaganda.

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Tutte le fotografie sono presentate in mostra con stampe e formati attuali, cioè a noi contemporanei, il che amplifica grandemente il loro effetto. E dialogano in maniera molto interessante con una piccola serie di immagini vintage scattate nei giorni dei bombardamenti di Milano da un privato, e concesse qui dal figlio. In mostra sono anche dei filmati straordinari: alcuni sono opera di grandi registi di Hollywood che lavorarono inquadrati nei Signal Corps, altri sono spezzoni di documentari che restituiscono con straordinaria immediatezza l’emozionante arrivo della pace in Italia e in Europa.

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In questi tempi in cui immagini di città distrutte, macerie e civili sfollati sono il nostro pane quotidiano, queste fotografie ci parlano ancora con forza. Quegli straccioni disperati seduti su cumuli di macerie fumanti siamo noi.

Sarebbe bello se la mostra, che è stata già vista a Roma, potesse girare per tutto il paese e tutte le scuole di ogni ordine e grado ci portassero i loro ragazzi. Queste immagini dovrebbero essere viste da tutti gli italiani, grandi e piccini, vecchi e nuovi.

Per chi non può andare a Milano raccomando il bel catalogo War is Over!, L’Italia della Liberazione nelle immagini dell’U.S. Signal Corps e dell’Istituto Luce, 1943 – 1945, a cura di Gabriele D’Autilia ed Enrico Menduni, che esce per i tipi di Contrasto. Raccoglie 133 fotografie e costa 24,90 euro.

 

Margherita Abbozzo

Tutte le fotografie sono state scattate in mostra da me, http://www.margheritaabbozzo.com

 

 

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Ferdinando Scianna, Obiettivo Ambiguo

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Ferdinando Scianna ha presentato alla libreria Brac di Firenze  la riedizione aggiornata del suo libro Obiettivo ambiguo, uscito per i tipi di Contrasto, nell’ambito della serie di incontri Scritture di Luce (info più sotto).

Da molti anni Scianna scrive, e molto bene, di fotografia. Ascoltarlo però è ancora meglio che leggerlo, perchè quando parla è un fiume in piena, e ti trascina con sè per tanti campi dello scibile umano, senza aver paura di parlare chiaro e di dire pane al pane e vino al vino. Lo fa con grande passione e ironia, con profonda conoscenza di causa, e con una gran verve oratoriale accompagnata dal bell’accento siciliano. E quindi comincia a parlare di fotografia per poi discutere di storia della fotografia, pittura, musica, letteratura, impegno sociale, massimi sistemi, memoria, mele, cultura e risotti…

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Qui di seguito qualche spunto registrato dal vivo:

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Scrivo perchè sento un dovere di carattere culturale ed intellettuale di spiegare perchè qualcosa piace. O non piace, che è poi la stessa cosa. C’è una dimensione politica nel tuo posizionamento estetico. Che non è mai soltanto estetico…o se lo è, sei fuori strada. Non c’è niente di più inutile di una “bella” fotografia.

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La fotografia è nata a metà dell’ Ottocento all’interno di un discorso filosofico e culturale di tipo positivista, che produsse un meccanismo tecnologico per ricevere le immagini. Fino a quel momento tutte le immagini venivano fatte, la fotografia produce per la prima volta immagini ricevute. Quindi la fotografia è rivoluzionaria perchè lo statuto dell’oggetto che noi vediamo in una fotografia è totalmente diverso dallo statuto di quello che noi vediamo disegnato o dipinto in un quadro.

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Allora qual’è il rapporto della fotografia con la realtà, con il dato esterno? Quando nacque questa nuova tecnica lo scienziato Herschel, un uomo meraviglioso che in una foto di Julia Margaret Cameron vediamo assomigliare a un Einstein, ma buono, inventò la parola fotografia. Mise insieme due parole greche, luce e scrivere, e venne fuori “fotografia”. Già, ma è un termine ambiguo…perchè si può intendere come scrittura con la luce, o scrittura di luce. E questa ambiguità sta nel cuore della natura della fotografia.

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Dunque, scrittura di luce o con la luce? Cambia tutto perchè se è “di” luce,  la luce scrive e tu leggi. Da sempre gli uomini producono immagini, per un’esigenza profonda che ci portiamo dietro dalla preistoria. L’uomo preferisce essere creatore piuttosto che lettore… Così da sempre la fotografia è stata tra i due scogli del documento e del punto di vista soggettivo. A un certo punto si è deciso di evacuare il ruolo di documento e di parlare esclusivamente della creatività della fotografia…creatività però è parola misteriosissima, di carattere sostanzialmente religioso, che dovrebbe essere usata solo per Dio che è l’unico che crea qualcosa dal nulla. Ma oggi invece essere “creativo” è diventato un mestiere… I fotografi hanno bisogno della mela vera davanti alla macchina, per fotografarla: Cezanne invece poteva dipingersene una a memoria. I fotografi questo non possono farlo.

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La fotografia è nata come ponte tra noi e il mondo. Oggi tutta la fotografia è diventata o decorazione o elucubrazione o “arte”, che è cosa diversa dalla fotografia… La fotografia in quanto vicenda culturale nata alla metà del XIX secolo e che ha avuto un ruolo importantissimo nella modernità oggi non c’è più. Probabilmente per eccesso di successo.

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Io penso che la fotografia sia soprattutto documento e memoria. Memoria e racconto. Ogni immagine fotografica contiene un romanzo. E la fotografia contiene letteratura.

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Rimane da parlare della sua “regola del terzo risotto” e di un sacco di altre idee interessanti. Che potete leggere nel bel libro Obiettivo Ambiguo.

 

Margherita Abbozzo. Tutte le fotografie sono mie, http://www.margheritaabbozzo.com

 

La  VIII Edizione della Rassegna “Scritture di Luce”è organizzata da Associazione Culturale Deaphoto in collaborazione con la Libreria Brac e le case editrici Contrasto e Postcart. Curatori  Michelangelo Chiaramida e Sandro Bini.
Appuntamento ogni sabato del mese di febbraio alla libreria Brac alle ore 18.

 

 

 

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E’ la moda, bellezza!

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Preceduto da un interessantissimo summit su Fashion & Technology indetto da Luisaviaroma per esplorare le nuove frontiere del fare, dire, pensare arte, moda e social media oggi

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è cominciato Pitti Uomo. Edizione89. Un tornado di energia e idee che porta Firenze ad provare l’ebbrezza di sentirsi l’ombelico del mondo occidentale contemporaneo per qualche giorno.

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Mai come adesso arte, moda, rivoluzione dei social media e big business hanno incrociato le loro strade. Le collaborazioni tra artisti e fashion houses sono ormai frequenti e se i puristi hanno problemi ad accettare questo connubio, molti artisti non si fanno  nessun problema a lavorare con ditte del settore. Quindi è perfetto trovare i prodotti Seletti creati dai geniali Maurizio Cattelan e PierPaolo Ferrari con il loro Toilet Paper in vendita in luoghi strategici della Fortezza da Basso: come a dare il la alle giornate fiorentine.

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Il tema è poi sottolineato e declinato in tante maniere diverse a giro tra i vari padiglioni e stands: si potrebbe fare sociologia interessante studiando a chi si sono ispirati i vari designers e visual merchandiser. Damian Hirst  va sempre alla grande

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e così Chiharu Shiota, autrice di uno dei lavori migliori alla Biennale di Venezia di quest’anno.

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Il titolo di PittiUomo89 è Generation(s): cioè generazioni, al plurale, per captare lo zeitgest: oggi tutto si mescola e lo stile è transgenerazionale, cioè i ragazzi si vestono vintage e formale

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e i loro padri girano in sneakers, magliette, bermuda e cappellini. Oppure anche no.

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Ma più forte di tutti adesso spira, da Londra, Parigi e Amsterdam, il vento agender o genderless o no-gender. E quindi PittiUomo89 è colmo di stands che propongono abiti, maglie, scarpe, cappelli, scialli, borse e gioielli deliziosi che ci compreremo tutti allegramente, uomini e donne indistintamente.

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E’ la moda, bellezza: e PittiUomo89 ci offre l’occasione per scoprire le forme dell’arte, del vestire e dei condizionamenti sociali del futuro prossimo venturo.

 

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Lorenzo Bonechi, il colore della luce

 

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C’è in questi giorni a Firenze una mostra piccola ma deliziosa che consiglio a tutti, anche come cura per disintossicarsi dagli eccessi consumistici delle stagione delle feste: si tratta di Lorenzo Bonechi, Il Colore della Luce, presso Etra Studio Tommasi in via della Pergola, 57.

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La mostra raccoglie 22 lavori:  opere su carta – disegni, tempere e litografie – due sculture in bronzo e una in ceramica.

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Anche se piccolina, è una bella mostra. E colpisce al cuore, come sempre avviene con l’arte di Bonechi.

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La sua è un’arte al tempo stesso intensa e gentile, che parla a tutti ma che i fiorentini e i toscani in particolar modo riconoscono immediatamente nell’intimo come propria: è la nostra lingua madre, che nelle mani di Lorenzo Bonechi si fa poesia, musica, gioia degli occhi, promessa di felicità.

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Scomparso troppo presto (come raccontato in un post precedente), Lorenzo Bonechi continua a toccare le nostre vite con la sua arte. E più passa il tempo più si sente la forza gentile della sua arte. Fatevi un regalo vero durante le feste…andate a vedere questa bella mostra.

 

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Aperta fino al 17 gennaio. Info qui.

 

Tutte le foto sono di Margherita Abbozzo

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Il nuovo museo dell’Opera del Duomo di Firenze

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico: un nuovo museo a Firenze.

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E’ il nuovo Museo dell’Opera del Duomo. Un museo che dire bello è dire poco: è una VERTIGINE di bellezza.

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Per tante ragioni, che qui di seguito illustrerò. La prima cosa da dire è che questo è un luogo dove i fiorentini devono andare, tutti. Ma proprio TUTTI. Come a scuola. Perchè ci restituisce a noi stessi,  facendoci ricordare che apparteniamo a una tradizione culturale eccelsa che al giorno d’oggi ci è alienata da un turismo cancerogeno e da un’amministrazione del bene comune molto discutibile.

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Procediamo con ordine. Il 29 ottobre di quest’anno è stato inaugurato il museo dell’Opera del Duomo. Il museo in realtà esiste dal 1891, quando nacque con due sale per conservare opere create per il Duomo e poi rimosse per varie ragioni. Cresciuto nel corso del Novecento arriva ad avere 18 sale. Piene di opere, tutte bellissime, pensate per gli spazi interni ed esterni di cattedrale, battistero e campanile; che quindi risultano un pò soffocate dalla collocazione in spazi ridotti.

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Nel 1997 l’Opera del Duomo compra un grande spazio di 3000 metri quadri attiguo al museo, un ex teatro settecentesco finito poi a fare da garage. Nel 1999 il museo riapre con un nuovo allestimento e un pò più di spazio. Già meglio. Ma è oggi, con l’apertura di tutto, che si è arrivati a poter godere al meglio della bellezza stratosferica dei lavori conservati, grazie al lavoro del trio di architetti Adolfo Natalini, Piero Guicciardini e Marco Magni.

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Si sa che noi fiorentini dobbiamo sempre storcere la bocca e criticare tutto, però qui c’è poco da fare le bucce: le opere sono meravigliose, gli spazi molto belli e le 25 sale sono allestite con una attenzione filologica che manda in brodo di giuggiole non solo gli storici dell’arte ma anche chiunque abbia occhi per vedere e cuore per sentire.

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Le opere: la lista degli artisti sembra l’indice di un manuale di storia dell’arte. Come dice il direttore Monsignor Timothy Verdon il museo possiede la maggiore concentrazione di scultura monumentale fiorentina al mondo: statue e rilievi medievali e rinascimentali in marmo, bronzo e argento di, tra gli altri, Arnolfo di Cambio, Andrea Pisano, Lorenzo Ghiberti, Donatello, Luca della Robbia, Antonio Pollaiuolo, Andrea del Verrocchio, Michelangelo Buonarroti… roba da far tremare le vene ai polsi di chiunque.

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Gli spazi: sono stati completamente rimodellati dagli architetti, che hanno creato un rapporto tra esterni ed interni che fa “ritrovare alle opere la stessa luce per la quale erano state pensate“. Una cosa veramente straordinaria. L’unica nota un pò stonata, e lo dico per non rinnegare la mia fiorentinità ipercritica, è la parete alta tre piani con le aperture che danno luce alle gallerie. Ha una pesantezza visiva che non si nota tanto dal piano terra, ma da sopra si.

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Gli allestimenti: pensati con grande attenzione valorizzano bene le opere, con “colpi di teatro” notevoli. Il più magnifico di tutti è quello per cui è stato possibile creare nei nuovi spazi enormi un’evocazione della facciata che il Duomo ha avuto fino al 1587, quando fu smantellata. Seguendo un disegno fatto all’epoca da Bernardino Poccetti è stato possibile ricrearla in resina e ricollocare le sculture nelle posizioni per le quali erano state pensate. I pezzi più importanti sono tenuti ad altezza d’occhio e al tempo stesso sono presenti in copia in alto. Così che si possono ammirare gli originali da vicino e apprezzare il disegno completo dell’opera nel suo insieme.

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Ma la cosa ancora più magnifica è che le due porte del Ghiberti create per il Battistero sono state ricollocate davanti alla facciata per la quale erano state pensate, e quasi alla stessa distanza. Ghiberti ci mise 25 anni a fare ogni porta a due battenti. I restauri sono durati 27 anni.  Adesso sono racchiuse in grandi teche che le proteggono con tecnologie di conservazione molto sofisticate.

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Oltre a questa “Sala del Paradiso”, dall’antico nome che aveva l’area tra Duomo e Battistero, ci sono molti altri allestimenti magnifici: tra gli altri, quello della Pietà di Michelangelo;

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quello delle Cantorie di Luca della Robbia e di Donatello;

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quello della magnifica Maddalena di Donatello, che ora dialoga con la Maddalena di Michelangelo;

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e la galleria che ospita le sculture e le formelle del campanile

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e quella al piano di sopra dove hanno trovato posto i modelli eseguiti per i vari concorsi banditi negli anni per dare una facciata del Duomo (l’attuale non è antica, fu creata dopo l’unità d’Italia e inaugurata nel 1887) .

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Tutto è stato condotto con grande pulizia formale , con bei materiali, con grande sensibilità filologica anche per i colori.

E alla fine della visita, che è organizzata cronologicamente ed è supportata da molti materiali multimediali, si sbuca…ma lascio ai miei piccoli lettori la sorpresa.

Insomma, il museo dell’Opera del Duomo è davvero molto bello. E’ aperto tutti i giorni dalle 9 di mattina alle 7 di sera e segnalo che fino al 26 gennaio 2016 un biglietto cumulativo di 12 euro (o, ridotto,di 6) dà accesso al Museo, al Battistero e alla mostra “Divina Bellezza tra Van Gogh, Chagall e Fontana” a Palazzo Strozzi. Fantastico, dai!

 

Margherita Abbozzo

Tutte le fotografie, tranne la prima pescata in rete e senza credits, sono di Margherita Abbozzo,  www.margheritaabbozzo.com

Tutte le info pratiche per la visita qui

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