Prato on fire

Prato è on fire. Per accompagnare la riapertura del Centro Pecci sono esplose mostre in luoghi diversi in città, creando una fibrillazione inusuale e niente male.

Per vedere La Torre di Babele – un titolo che fa da azzeccatissimo pendant a La Fine del Mondo in scena al Pecci – si deve andare alla ex fabbrica Lucchesi, in piazza Macelli. E penetrare nella fabbrica, poi officina,  che adesso ospita 23 lavori di artisti scelti dal curatore Pietro Gaglianò, tra quelli che lavorano con le gallerie toscane della ANGAMC: l’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea.

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Installare lavori di 23 artisti diversi per tecniche, linguaggi ed età è difficile, e si è sempre a un passo dall'”effetto fiera” di tanta roba accatastata senza un vero perchè. Invece qui l’insieme è vitale, interessante, e soprattutto carico di energia. Merito anche delle istallazioni davvero molto attente e curate. Questa Torre di Babele è stata costruita facendo dialogare i lavori e costruendo richiami e rimandi che intersecano lo spazio. Tutto riverbera e tutto si tiene.

Come al solito, le fotografie non possono rendere che una minima parte dell’ieffetto di una mostra. Bisogna recarsi fisicamente davanti ai lavori. Ma intanto, facciamo un giro insieme:

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Questo è solo un assaggino per invogliarvi a scoprire dal vero la Torre di Babele.

Da lì consiglio poi di fare un salto a Lottozero, un nuovo spazio che in stile molto pratese apre in un vecchio laboratorio, proponendosi come spazio polifunzionale per legare ricerca artistica e design tessile. Inaugura con una collettiva di 13 artisti italiani e internazionali accomunati dalla ricerca intorno a tessuti e affini. Tra questi segnalo i lavori di, in ordine di apparizione: Anna Rose, che lavora con capelli sintetici; il duo Khurtova/Bourlanges che lavora con la porcellana; e l’istallazione infotografabile di Arianna Moroder, che ha cullato nel sonno chi si è voluto fermare a trascorrere la notte nello spazio, accompagnato dalla musica di uno Sleep Concert durato tutta la notte.

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Credits per le opere in La Torre di Babele: Paolo Leonardo, In attesa della rivoluzione, 2016; Aron Demetz, Senza Titolo, 2015; Renata Boero, Cromogramma, 1976; Michele Guido, Greenhouse Project #2, 2011,  Arcangelo Sassolino, Nucleo, 2016, Vittorio Corsini, Eros 10.7, 2012, Giuseppe Chiari, la Musica è bella, anni ’90, Carlo Colli, Skin N125, 2016, Fabrizio Corneli, Ondina, 2016.

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Il nuovo Pecci è La fine del mondo

Eccolo! Il nuovo Centro Pecci è finalmente arrivato.

phonephotossettembreottobre2016casaepecci-039Il grandioso disco volante è atterrato. Il portellone si è aperto e…

phonephotossettembreottobre2016casaepecci-041 ne sono usciti omini verdi? No.

phonephotossettembreottobre2016casaepecci-046Benvenuti alla Fine del mondo.

E’ il titolo della mostra che inaugura lo spazio. Fabio Cavallucci, il direttore,  l’ha costruita sulla convinzione che la fine del mondo sia, come ha avuto modo di dire, “già avvenuta. Non la fine del pianeta, ma la fine del “nostro” mondo, dei processi percettivi e cognitivi che dall’antica Grecia ad oggi hanno costituito le basi del sistema di pensiero occidentale, che poi è oggi quello globale”.

I nuovi spazi del museo sono stati disegnati da Maurice Nio, che ha circondato e integrato l’edificio originariamente progettato da Italo Gamberini. Facciamoci una passeggiata insieme a vedere la mostra.phonephotossettembreottobre2016casaepecci-166

Si comincia da Break-Through di Thomas Hirschorn, opera che è perfettamente allestita accanto alla “Foresta pietrificata” di  Jimmie Durham

phonephotossettembreottobre2016casaepecci-141 E da lì si passa all’istallazione più sensazionale di tutte, Transcorredor di Enrique Oliveira.

Non ve la racconto perchè va provata. Proprio fisicamente, dico.

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Come fisicamente bisogna andare a sperimentare ogni lavoro. Le fotografie non possono rendere l’immersione nel Black Lake di Bjork

phonephotossettembreottobre2016casaepecci-117phonephotossettembreottobre2016casaepecci-122o quello nei quarzi, seleniti e incredibili ametiste della collezione di Adalberto Giazotto

phonephotossettembreottobre2016casaepecci-102O ancora quello nello spazio di Carlos Gairacoa che unisce il cielo e la terra

phonephotossettembreottobre2016casaepecci-083E nel volo dei 99 lupi di Cai Guo Quiangphonephotossettembreottobre2016casaepecci-050phonephotossettembreottobre2016casaepecci-055E nella performance di Pippo Del Bono intorno agli scolari della Classe Morta di Kantor

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Oppure nel fulminante angolino che comprime l’arte occidentale dalla Venere preistorica a Fontana passando per Duchamp e Bocconi…

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Dice Cavallucci: “Ciò che abbiamo conosciuto finora è diventato obsoleto. La mostra non vuol essere la rappesentazione di un futuro catastrofico imminente ma presa di coscienza della incertezza in cui versa il nostro mondo, e riflessione sugli scenari che ci circondano. I mezzi d’interpretazione della realtà che abbiamo conosciuto non sono più in grado di comprendere il tempo presente. Da questo cambiamento strutturale nasce un senso diffuso di fine”.

Si, e per fortuna l’arte vede sempre più lontano di tutti. Come dimostra Kader Attia con il suo Chaos + Repair = Universe

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Ripeto, le fotografie non possono rendere che una pallida idea della mostra. E quindi consiglio vivamente a tutti di andare al nuovo Centro Pecci: è la fine del mondo!

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Ferruccio Malandrini e la fotografia

 

 

 

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Quando si dice “tutta la vita dedicata alla fotografia”:  è la storia di Ferruccio Malandrini. Classe 1930, di Colle Val d’Elsa, sin da giovanissimo fotografo e collezionista extraordinaire e oggi esperto a tutto tondo.

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Che ha davvero vissuto la fotografia in tutti i modi possibili: girando sempre con una macchina fotografica in mano e pronta all’uso, e andando continuamente a rovistare in mercati e mercatini, e frequentando con assiduità librerie e biblioteche. E così facendo sviluppando una cultura sterminata, un occhio infallibile e, insieme, una conoscenza del mercato che è stata di decenni in anticipo sui trend contemporanei.

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Con questi ingredienti e aiutato da belle dosi di fortuna ha saputo e potuto creare collezioni straordinarie, come non sarebbe più possibile fare oggi che la fotografia è stata scoperta dal mercato.

Una di queste collezioni, di  ben 55.000 fotografie!, è stata ceduta nel 1987 e nel 2007 agli Archivi Alinari insieme a un’altra, amplissima, collezione di libri e riviste –  composta, come racconta lui stesso, di “5.200 titoli, dove “1 titolo” è , per esempio, la collezione completa della rivista Ferrania, che è uscita per 20 anni”. Un’ altra collezione dedicata alla storia di Siena –  9.500 immagini – è andata nel 2005 al Monte dei Paschi di Siena.

Si tratta di collezioni sterminate, messe insieme con pazienza certosina, grande acume, e infinita passione da “cacciatore”.  I racconti dei suoi ritrovamenti, spesso di veri gioielli siano essi immagini o macchine fotografiche antiche, sembrano trame di film: come quella volta che trovò un album di Le Gray, il Salon de 1852,  “per terra” (Gustave Le Gray fu un fotografo francese importantissimo che con le sue celebri marine degli anni intorno al 1850 sviluppò una tecnica che permetteva di utilizzare negativi differenti per creare una nuova immagine “combinata”, cioè in pratica l’ antesignano di photoshop). Oppure quando acquistò in una libreria antiquaria un eccezionale album di Felice Beato, uno dei primissimi fotografi a lavorare in Asia e Oriente, album che era sì caro – tanto che il negoziante non credeva lui potesse permetterselo – ma niente rispetto al vero valore sul mercato internazionale. Oppure ancora quando, e si tratta solo dell’altro giorno, scova per due lire una rara e perfetta fotocamera stereoscopica in un mercatino rionale…

E le sue fotografie? Sono belle, e…misteriose. Perchè non escono dal suo archivio se non con il contagoccie.

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E ci deve essere un progetto speciale, o un luogo speciale a lui caro per convincerlo a farne vedere qualcuna, come è appena successo a Siena, dove la Nobil Contrada del Bruco ha organizzato la bella mostra Ferruccio Malandrini, Siena, il suo sguardo, fotografo e collezionista.

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Curata da Stefano Fantini  la mostra era composta da 80  immagini, molte delle quali scattate nella contrada prima, durante e dopo gli interventi di recupero edilizio che la interessarono a partire dagli anni Settanta del Novecento.

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Tutti i lavori sono immagini del genere “di strada”, che catturano persone, atmosfere e scorci con una sensibilità affine a quella di William Klein, di Henry Cartier Bresson, di Manuel Alvarez Bravo.  Tutti autori a lui coevi, come lui appassionati di cinema – Ferruccio Malandrini arriva alla fotografia attraverso la frequentazione dei primi cineclub –  e tutti capaci di guardare con occhio affettuoso e mai critico la vita della gente.

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Nella bella mostra senese si tratta di donne, uomini e bambini che si lasciano fotografare da lui con fiducia, accettando con naturalezza la sua presenza non intrusiva e rendendogli sorrisi semplici e fieri, come oggi non sembrano esistere più. Foto che raccontano con grande finezza e sensibilità di Siena e insieme dell’Italia di quei tempi. Insomma la storia di tutti noi.

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Le fotografie di Ferruccio Malandrini  nascono grazie a tanti elementi: occhio allenato da letture importanti, mano abituata a stampare dal lavoro in camera oscura,  gusto educato dai grandi maestri del cinema e della fotografia internazionale. Sono lavori interessanti e mettono curiosità di vederne altri. Quali altre sorprese conserva l’archivio di Ferruccio Malandrini? Speriamo che le autorità senesi, e non solo loro, riescano a farlo aprire ancora, presto.

 

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Il ritratto di Ferruccio Malandrini davanti al suo autoritratto del 1952, la foto dell’allestimento della mostra e quella del poster sono di Margherita Abbozzo.

Di Ferruccio Malandrini, dall’alto: Tabernacolo in via degli Orti, Siena, 1962; Autoritratto, Siena, 1952; Manifestazione in piazza Matteotti, Siena, 1969; via del Fosso di Sant’Ansano, Siena, 1960c; La festa del 1° Maggio a Geggiano in Chianti, 1962; via di Mezzo, Siena, 1962/63; La mattina della tratta, dentro l’entrone, Siena, 1970.

 

 

 

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Mario Giacomelli e la poesia dello sguardo

 

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E’ da poco aperta a Roma a Palazzo Braschi una bella mostra su Mario Giacomelli. Rimane visitabile fino al 29 maggio e la raccomando vivamente a chiunque abbia a che fare con la fotografia.

Quella di Mario Giacomelli è stata una voce fuori dal coro, che non è possibile incasellare in nessun movimento nè con nessuna etichetta. Quello che però si può dire con sicurezza è che è stato uno dei pochissimi veri fotografi artisti.

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Giacomelli, nato a Senigallia in provincia di Ancona nel 1925 e morto nel 2000, ha lavorato per serie, dedicando cioè a ogni sua idea tempo, lavoro e ricerca. Serie dopo serie le sue immagini sono infallibilmente intense e toccanti.  Alcune di esse sono celeberrime, come quella sul paesino abruzzese Scanno,

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o quella sui giovani seminaristi che giocano a calcio ( il cui titolo evocativo è preso da una poesia di David Turoldo, Io non ho mani che mi accarezzino il viso)

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o ancora quella sui paesaggi marchigiani ripresi ” a volo d’uccello”, cioè da un aeroplano;

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altre sono un pò meno conosciute, come quelle sugli zingari e sugli ospizi mentali (quest’ultima con un altro titolo poetico e fulminante, Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi, da Cesare Pavese). Altre fotografie ancora non erano mai state esposte prima d’ora. Lui le chiamava sbrigativamente “appunti”: ma sono belle e pensate quanto le altre.

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Prima di arrivare alla fotografia quasi trentenne Mario Giacomelli aveva fatto il tipografo, cominciando a lavorare giovanissimo, quasi ancora bambino. Al tempo stesso dipingeva e scriveva poesie. Quando nei primi anni Cinquanta scopre quello che può fare con una macchina fotografica ha la fortuna di poter lavorare con Giuseppe Cavalli, altro grande fotografo, che proprio a Senigallia aveva fondato il gruppo fotografico Misa.

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Lì Giacomelli affina le sue idee sulla composizione delle immagini e sulla stampa. E sviluppa il suo caratteristico fortissimo contrasto di bianchi e neri, che diventa la cifra poetica con la quale trasforma immagini che altrimenti  sarebbero documentaristiche in meditazioni sulla vita, sulla morte, sul tempo che passa, sulla malattia, sul senso del nostro passaggio su questa terra.

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Come dice lui stesso in una frase che si legge all’ingresso della mostra: “ Nelle mie foto vorrei che ci fosse una tensione tra luce e neri ripetuta fino a significare. Prima di ogni scatto c’è uno scambio silenzioso fra oggetto e anima, c’è un accordo perchè la realtà non esca come da una fotocopiatrice ma venga bloccata in un tempo senza tempo per sviluppare all’infinito la poesia dello sguardo che è per me forma e segno dell’inconscio“.

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L’allestimento nelle belle sale di Palazzo Braschi è sobrio ed elegante. Accompagnano le varie serie fotografiche alcune poesie, di Giorgio Caproni, di Emily Dickinson e altri: un tocco gentile, appropriato ed elegante: non c’è che la poesia che possa raccontare lo sguardo di Mario Giacomelli.

 

Margherita Abbozzo.

Tutte le fotografie sono mie, http://www.margheritaabbozzo.com
Mario Giacomelli – La figura nera aspetta il bianco
a cura di Alessandra Mauro
Catalogo Contrasto
MUSEO DI ROMA – PALAZZO BRASCHI
Piazza Navona 2 / Piazza San Pantaleo 10
06 0608 / 06 82077304
museodiroma@comune.roma.it
www.museodiroma.it
www.museiincomuneroma.it

 

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War is Over!

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Homs? Raqqa? No. Viareggio. Viareggio! 1944.

Questa è solo una delle immagini della bellissima mostra War is Over!, l’Italia della Liberazione nelle immagini dei U.S. Signal Corps e dell’Istituto Luce, 1943-1946 da poco aperta a Milano  alla galleria Forma Meravigli in via Meravigli, a due passi da piazza del Duomo.

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Dire che questa mostra è emozionante è dire poco. Le sue 140 fotografie raccontano la Liberazione vista dai reporter dell’Istituto Luce – l’organo ufficiale per la documentazione foto-cinematografica del governo e del regime fascista – e dai Signal Corps, i corpi militari americani addetti alla comunicazione.

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Sono sguardi che si incrociano e che raccontano quello che stava succedendo meglio di qualsiasi testo di storia. I libri dicono che la liberazione dell’Italia durò due anni, da quando gli americani sbarcarono in Sicilia nel luglio del 1943 alla resa dei nazifascisti nell’aprile del 1945. Ma cosa tutto questo significò veramente lo si capisce immediatamente guardando queste immagini, e i volti, i corpi, gli abiti, le scarpe, le ambientazioni che ci mostrano.

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Qui sopra: Mestre, dopo il bombardamento del 28 marzo 1943.

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Militi fascisti della I legione d’assalto “M” Tagliamento, agosto 1944. Inquadrata nella Guardia nazionale repubblicana, la legione fu impiegata nella repressione antipartigiana, che condusse brutalmente anche attraverso lo strumento della rappresaglia.

Dal 1943 al 1945 l’Italia visse due anni terribili di guerra civile vera e propria, con il paese e la sua gente divisi a metà. Il regno del Sud da una parte, la repubblica di Salò dall’altra, con combattimenti feroci tra forze alleate e partigiani da una parte e i nazifascisti dall’altra.

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Gli italiani scattano solo in bianco e nero e devono fare i conti con una censura attentissima a non fare emergere i costi umani della guerra (i militi non devono essere mostrati sorridenti, cioè non abbastanza “maschi”, ma nemmeno tristi o in difficoltà o in pericolo; le distruzioni provocate dai bombardamenti non si devono vedere e via così), mentre gli americani scattano sia in bianco e nero – quando documentano la situazione – sia a colori – quando le immagini hanno scopi di propaganda.

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Tutte le fotografie sono presentate in mostra con stampe e formati attuali, cioè a noi contemporanei, il che amplifica grandemente il loro effetto. E dialogano in maniera molto interessante con una piccola serie di immagini vintage scattate nei giorni dei bombardamenti di Milano da un privato, e concesse qui dal figlio. In mostra sono anche dei filmati straordinari: alcuni sono opera di grandi registi di Hollywood che lavorarono inquadrati nei Signal Corps, altri sono spezzoni di documentari che restituiscono con straordinaria immediatezza l’emozionante arrivo della pace in Italia e in Europa.

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In questi tempi in cui immagini di città distrutte, macerie e civili sfollati sono il nostro pane quotidiano, queste fotografie ci parlano ancora con forza. Quegli straccioni disperati seduti su cumuli di macerie fumanti siamo noi.

Sarebbe bello se la mostra, che è stata già vista a Roma, potesse girare per tutto il paese e tutte le scuole di ogni ordine e grado ci portassero i loro ragazzi. Queste immagini dovrebbero essere viste da tutti gli italiani, grandi e piccini, vecchi e nuovi.

Per chi non può andare a Milano raccomando il bel catalogo War is Over!, L’Italia della Liberazione nelle immagini dell’U.S. Signal Corps e dell’Istituto Luce, 1943 – 1945, a cura di Gabriele D’Autilia ed Enrico Menduni, che esce per i tipi di Contrasto. Raccoglie 133 fotografie e costa 24,90 euro.

 

Margherita Abbozzo

Tutte le fotografie sono state scattate in mostra da me, http://www.margheritaabbozzo.com

 

 

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Ferdinando Scianna, Obiettivo Ambiguo

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Ferdinando Scianna ha presentato alla libreria Brac di Firenze  la riedizione aggiornata del suo libro Obiettivo ambiguo, uscito per i tipi di Contrasto, nell’ambito della serie di incontri Scritture di Luce (info più sotto).

Da molti anni Scianna scrive, e molto bene, di fotografia. Ascoltarlo però è ancora meglio che leggerlo, perchè quando parla è un fiume in piena, e ti trascina con sè per tanti campi dello scibile umano, senza aver paura di parlare chiaro e di dire pane al pane e vino al vino. Lo fa con grande passione e ironia, con profonda conoscenza di causa, e con una gran verve oratoriale accompagnata dal bell’accento siciliano. E quindi comincia a parlare di fotografia per poi discutere di storia della fotografia, pittura, musica, letteratura, impegno sociale, massimi sistemi, memoria, mele, cultura e risotti…

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Qui di seguito qualche spunto registrato dal vivo:

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Scrivo perchè sento un dovere di carattere culturale ed intellettuale di spiegare perchè qualcosa piace. O non piace, che è poi la stessa cosa. C’è una dimensione politica nel tuo posizionamento estetico. Che non è mai soltanto estetico…o se lo è, sei fuori strada. Non c’è niente di più inutile di una “bella” fotografia.

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La fotografia è nata a metà dell’ Ottocento all’interno di un discorso filosofico e culturale di tipo positivista, che produsse un meccanismo tecnologico per ricevere le immagini. Fino a quel momento tutte le immagini venivano fatte, la fotografia produce per la prima volta immagini ricevute. Quindi la fotografia è rivoluzionaria perchè lo statuto dell’oggetto che noi vediamo in una fotografia è totalmente diverso dallo statuto di quello che noi vediamo disegnato o dipinto in un quadro.

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Allora qual’è il rapporto della fotografia con la realtà, con il dato esterno? Quando nacque questa nuova tecnica lo scienziato Herschel, un uomo meraviglioso che in una foto di Julia Margaret Cameron vediamo assomigliare a un Einstein, ma buono, inventò la parola fotografia. Mise insieme due parole greche, luce e scrivere, e venne fuori “fotografia”. Già, ma è un termine ambiguo…perchè si può intendere come scrittura con la luce, o scrittura di luce. E questa ambiguità sta nel cuore della natura della fotografia.

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Dunque, scrittura di luce o con la luce? Cambia tutto perchè se è “di” luce,  la luce scrive e tu leggi. Da sempre gli uomini producono immagini, per un’esigenza profonda che ci portiamo dietro dalla preistoria. L’uomo preferisce essere creatore piuttosto che lettore… Così da sempre la fotografia è stata tra i due scogli del documento e del punto di vista soggettivo. A un certo punto si è deciso di evacuare il ruolo di documento e di parlare esclusivamente della creatività della fotografia…creatività però è parola misteriosissima, di carattere sostanzialmente religioso, che dovrebbe essere usata solo per Dio che è l’unico che crea qualcosa dal nulla. Ma oggi invece essere “creativo” è diventato un mestiere… I fotografi hanno bisogno della mela vera davanti alla macchina, per fotografarla: Cezanne invece poteva dipingersene una a memoria. I fotografi questo non possono farlo.

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La fotografia è nata come ponte tra noi e il mondo. Oggi tutta la fotografia è diventata o decorazione o elucubrazione o “arte”, che è cosa diversa dalla fotografia… La fotografia in quanto vicenda culturale nata alla metà del XIX secolo e che ha avuto un ruolo importantissimo nella modernità oggi non c’è più. Probabilmente per eccesso di successo.

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Io penso che la fotografia sia soprattutto documento e memoria. Memoria e racconto. Ogni immagine fotografica contiene un romanzo. E la fotografia contiene letteratura.

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Rimane da parlare della sua “regola del terzo risotto” e di un sacco di altre idee interessanti. Che potete leggere nel bel libro Obiettivo Ambiguo.

 

Margherita Abbozzo. Tutte le fotografie sono mie, http://www.margheritaabbozzo.com

 

La  VIII Edizione della Rassegna “Scritture di Luce”è organizzata da Associazione Culturale Deaphoto in collaborazione con la Libreria Brac e le case editrici Contrasto e Postcart. Curatori  Michelangelo Chiaramida e Sandro Bini.
Appuntamento ogni sabato del mese di febbraio alla libreria Brac alle ore 18.

 

 

 

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E’ la moda, bellezza!

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Preceduto da un interessantissimo summit su Fashion & Technology indetto da Luisaviaroma per esplorare le nuove frontiere del fare, dire, pensare arte, moda e social media oggi

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è cominciato Pitti Uomo. Edizione89. Un tornado di energia e idee che porta Firenze ad provare l’ebbrezza di sentirsi l’ombelico del mondo occidentale contemporaneo per qualche giorno.

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Mai come adesso arte, moda, rivoluzione dei social media e big business hanno incrociato le loro strade. Le collaborazioni tra artisti e fashion houses sono ormai frequenti e se i puristi hanno problemi ad accettare questo connubio, molti artisti non si fanno  nessun problema a lavorare con ditte del settore. Quindi è perfetto trovare i prodotti Seletti creati dai geniali Maurizio Cattelan e PierPaolo Ferrari con il loro Toilet Paper in vendita in luoghi strategici della Fortezza da Basso: come a dare il la alle giornate fiorentine.

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Il tema è poi sottolineato e declinato in tante maniere diverse a giro tra i vari padiglioni e stands: si potrebbe fare sociologia interessante studiando a chi si sono ispirati i vari designers e visual merchandiser. Damian Hirst  va sempre alla grande

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e così Chiharu Shiota, autrice di uno dei lavori migliori alla Biennale di Venezia di quest’anno.

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Il titolo di PittiUomo89 è Generation(s): cioè generazioni, al plurale, per captare lo zeitgest: oggi tutto si mescola e lo stile è transgenerazionale, cioè i ragazzi si vestono vintage e formale

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e i loro padri girano in sneakers, magliette, bermuda e cappellini. Oppure anche no.

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Ma più forte di tutti adesso spira, da Londra, Parigi e Amsterdam, il vento agender o genderless o no-gender. E quindi PittiUomo89 è colmo di stands che propongono abiti, maglie, scarpe, cappelli, scialli, borse e gioielli deliziosi che ci compreremo tutti allegramente, uomini e donne indistintamente.

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E’ la moda, bellezza: e PittiUomo89 ci offre l’occasione per scoprire le forme dell’arte, del vestire e dei condizionamenti sociali del futuro prossimo venturo.

 

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